Ha senso chiedersi se esiste una definizione di Arte? Introduzione (1/5)

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Avete mai provato a dare una definizione di Arte?

Con questo progetto cercherò di dare spazio ad un argomento  che mi interessa moltissimo e che credo abbia attraversato i pensieri di tutti noi almeno una volta nella vita.

Un argomento complicato per un post unico a causa della sua complessità che prevede incursioni nel campo della filosofia che (ahimè) ho solo sfiorato.

Per questo ho deciso di suddividerlo in 3 diversi articoli, oltre a questo che ha una semplice funzione introduttiva.

Spesso si è portati a pensare che questa domanda sia diventata legittima da quando la mimesi non fa più parte del concetto di arte, da quando l’estetica 1 e la bellezza stessa, intesa come rispetto dei canoni della natura, hanno lasciato spazio ad una rappresentazione artistica  strettamente legata all’espressione della visione dell’artista.

Fino a metà dell’Ottocento l’ambizione dell’artista si concretizzava in pratica nel rendere più verosimilmente possibile il mondo reale.

L’unica battaglia era tra naturalismo/realismo e retorica.

A metà Ottocento questo modo di fare arte incomincia a scricchiolare.

Ad esempio, Fiedler, teorico del purovisibilismo, poneva nella vista il legame tra artista e mondo sensibile.

Secondo la sua teoria l’opera d’arte è una forma di possesso del mondo; tramite “l’intrappolamento” da parte dell’artista di una realtà visibile esistente nel mondo (ad esempio un albero) su un qualcosa anch’esso sensibile al visibile (ad esempio un quadro) si otteneva il reale possesso del mondo.

Dove nasce il problema allora? Non è quello che hanno sempre fatto gli artisti?

Il problema sta nel fatto che per Fiedler quello che andava iscritto sulla tela non doveva essere per forza vincolato ad aspetti strettamente mimetici (l’albero così com’è in natura), ma consisteva nella visione dell’artista che poteva riguardare un dettaglio, un colore, una sensazione, un dato di luce e così via.

Siamo alle basi del formalismo nell’arte, maturato evidentemente in clima positivista, nel tentativo di fare delle scienze umane una scienza esatta.

A molti potrà apparire come una visione folle, lo so, ma quest’idea ha spianato la strada a correnti artistiche che hanno dato importanza nelle rappresentazioni al puro dato formale, giustificando anche l’astrattismo.

Comprendere questo significa dare un senso alle opere di artisti come Picasso e Klee o Braque e Kandinskij.

La domanda diventa ancora più pressante nel momento in cui l’artista si fa portavoce di denunce, come quella dei dadaisti durante la Prima guerra mondiale ad esempio, contro un mondo abbruttito dalla guerra.

Essi redigeranno un’arte contro la bellezza in analogia alla loro contemporaneità, che diciamoci la verità, non doveva essere per niente bella.

Tra questi Marcel Duchamp, colui che introdurrà un elemento rivoluzionario, che cambierà le prospettive della produzione artistica.

Nel 1917 acquista in un emporio un orinatoio (ready made, già fatto), gli dà un nome poetico, Fountain, e gli cambia la destinazione, ponendolo in un luogo deputato all’arte2, la Society of Indipendent Artists3.

Riconoscere qualcosa come opera d’arte inizia ad essere un problema!
La disputa non è più tra bello e non bello, ma passa ad un livello superiore.
È arte o non è arte?

La storia del Caso Brâncuși esemplifica perfettamente la questione e ci dà lo spunto per alcune riflessioni.

Nel 1926 in America vigeva una legislazione sulle importazioni che tassava con un dazio del 40% i manufatti esteri di qualsiasi genere ad eccezione delle opere d’arte.

In occasione di una mostra Constantin Brâncuși, scultore rumeno (e non poteva essere altrimenti, amico di Duchamp) invia la sua opera, pensando che essa avrebbe avuto la stessa considerazione che l’Europa gli aveva tributato.

Si sbagliava, la dogana americana non ravvedendo nell’opera elementi di relazione nemmeno con il suo titolo la tassa al 40% (come dargli torto effettivamente…).
Ovviamente l’artista non fu d’accordo e portò la questione in tribunale.

La corte presieduta dall’illuminato Giudice Waite, con una sentenza esemplare darà dignità di opera d’arte all’oggetto della disputa.
La sentenza del 1926 recita:

Noi riteniamo che la giurisprudenza più antica non avrebbe inscritto l’oggetto in questione nella categoria delle opere d’arte (…) Nel frattempo, tuttavia si è sviluppata una corrente artistica cosiddetta moderna, i cui esponenti tentano di rappresentare delle idee astratte invece che imitare gli oggetti naturali […] L’oggetto ha linee armoniose e simmetriche e, a dispetto di una certa difficoltà ad assimilarlo a un uccello, è comunque piacevole da guardare e molto decorativo. Ritenendolo al di là dell’apparenza produzione originale di uno scultore professionista. Al di là della simpatia o antipatia per queste idee di avanguardia e per le correnti artistiche che le rappresentano, noi giudichiamo che la loro esistenza, così come la loro influenza sul mondo dell’arte, siano fatti degni di essere riconosciuti e presi in considerazione da parte dei tribunali accettiamo le proteste e troviamo che l’oggetto ha diritto a entrare liberamente.

Credo che almeno tre considerazioni emergano da questo verdetto.

1. Porre confini rigidi all’arte può rivelarsi un esercizio inutile;
2. L’arte muta nel tempo. E’ banale, ma da non dimenticare mai;
3. Il parere circostanziato di persone competenti ci aiuta a capire se possiamo considerare un oggetto opera d’arte.

Nei prossimi tre articoli cercherò di argomentare queste tre affermazioni. Lo farò chiamando in causa personaggi come Wittgenstein e Vasari, Riegl e Weitz, fino ad Arthur C. Danto.

Spero che il progetto possa essere di vostro gradimento.

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Note

  1. Estetica come una parte della gnoseologia (teoria della conoscenza), la parte che si occupava delle conoscenze sensibili, in un certo senso sorella della logica che aveva a che fare con le conoscenze razionali.
  2. «Che il signor Mutt abbia fatto con le sue mani la Fontana o no, non ha nessuna importanza. È lui che l’ha SCELTA. Ha preso un articolo comune della vita di tutti i giorni, lo ha sistemato in modo che il suo significato utile scomparisse con il titolo nuovo e il nuovo punto di vista – ha creato un nuovo pensiero per questo oggetto» – Articolo sulla Rivista dadaista The Blind Man – 1917
  3. Per la verità nonostante la partecipazione fosse a pagamento e la politica era quella di ammettere qualsiasi opera d’arte, la direzione dell’organizzazione lo farà togliere dalla mostra non riconoscendolo come opera d’arte, ma ormai la rivoluzione era avviata.

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