Rothko e Ruskin: genealogia dell’imperfezione come principio estetico
La visita alla mostra fiorentina dedicata a Mark Rothko si è rivelata un’esperienza diversa da quanto avevo immaginato. Le narrazioni più diffuse attribuiscono ai suoi dipinti un potere quasi mistico: episodi di commozione, lacrime, stati di intensa introspezione. Mi aspettavo, forse ingenuamente, di essere travolto da quella stessa forza emotiva. Non è accaduto.
Ciò che invece si è imposto con chiarezza è stato un percorso di natura più concettuale che sentimentale. Avvicinandomi alle superfici pittoriche, osservando da vicino le vibrazioni cromatiche e le transizioni tra le velature, sono emerse immediatamente le imperfezioni: bordi incerti, sovrapposizioni irregolari, cadute di colore. Questi elementi, lungi dal costituire un limite, hanno attivato un’associazione immediata con il pensiero di John Ruskin, lo scrittore, pittore, poeta e critico d’arte britannico del XIX secolo che più di ogni altro ha elevato l’imperfezione a fondamento dell’arte autenticamente umana.
- Ruskin e la dignità dell’imperfezione
Le riflessioni di Ruskin sull’imperfezione trovano la loro formulazione più compiuta in The Stones of Venice (Le pietre di Venezia), in particolare nel Volume II, Capitolo VI, “The Nature of Gothic” (La natura del Gotico). È in questo capitolo che Ruskin individua l’origine della decadenza artistica europea nell’imposizione rinascimentale di un ideale di perfezione formale che soffoca la vitalità dell’opera.
L’architettura gotica, al contrario, gli appare nobile perché manifesta la “Savageness” dell’artigiano: una rozzezza non come difetto, ma come indice di libertà, di individualità, di partecipazione umana al processo creativo.
Per Ruskin, l’imperfezione è il “segno della vita in un corpo mortale”: testimonianza di un’opera in divenire, non irrigidita in un modello astratto. Eliminare le irregolarità significa ridurre l’artista a macchina, privarlo della sua dignità e della sua capacità di esprimere la complessità dell’esperienza umana.
- Rothko e la ribellione alla perfezione modernista
In Rothko ho ritrovato una sorprendente consonanza con questa visione. Sebbene la sua ricerca si sviluppi in un contesto laico e non religioso, e benché alcuni storici dell’arte abbiano interpretato la sua aniconicità come retaggio delle origini ebraiche, la sua posizione sembra piuttosto configurarsi come un rifiuto radicale della perfezione razionale dominante nella cultura artistica del suo tempo.
Rothko si oppone alla “prigione minimalista”, a quella geometria implacabile che aveva espunto ogni traccia di emotività, dove il lavoro dell’artista in pratica consisteva semplicemente nell’oggetto prodotto. La sua pittura non mira alla forma pura, ma alla comunicazione di “grandi emozioni: tragedia, estasi, rovina”.
La sua biografia – segnata da povertà, isolamento, conflitti familiari e lutti – non è un semplice sfondo, ma una matrice che informa la sua poetica. Le imperfezioni tecniche diventano così strategie espressive: bordi sfumati, velature instabili, gocce di colore non controllate.
- Imperfezione come linguaggio dell’umano
Le irregolarità presenti nei suoi color fields non sono errori né residui del processo: sono la traduzione visiva di una condizione esistenziale. Rothko non aderisce agli standard tecnici della sua epoca, né si lascia definire dalle categorie critiche che lo hanno collocato in quel filone dell’Espressionismo Astratto che è l’Action Painting – etichetta che, se confrontata con la gestualità di Pollock, appare quantomeno impropria.
La sua pittura, sebbene possa apparire puramente formale, è un atto di resistenza contro la riduzione dell’arte a sistema formalista. Ogni imperfezione diventa:
- un rifiuto della perfezione accademica,
- un’affermazione della complessità umana,
- un tentativo di accedere al “divino” attraverso un’esperienza sensoriale e non dogmatica,
- una sintesi delle contraddizioni interiori.
L’imperfezione, in questo senso, non è un limite ma un metodo conoscitivo.
La sua arte non vuole decorare, ma vuole scavare nell’anima. Ci sarà un motivo per cui nel 1959, anche se in stato di necessità finanziaria, restituisce il corposo anticipo ricevuto per la commissione pubblica più redditizia mai offerta ad un Espressionista Astratto all’epoca: la decorazione delle pareti nel costruendo ristorante Four Seasons nel Seagram Building in Park Avenue a Manhattan, New York.
- Rothko e Ruskin: una convergenza inattesa
La mostra mi ha permesso di cogliere una convergenza profonda tra due figure lontane nel tempo e nello spazio:
- Ruskin, nelle Pietre di Venezia e in particolare ne La natura del Gotico, denuncia la perfezione come principio mortifero che annulla la vitalità dell’arte;
- Rothko trasforma l’imperfezione in un linguaggio capace di incarnare il tormento, la fragilità e la spiritualità laica dell’essere umano.
Entrambi riconoscono che la perfezione è una forma di schiavitù. Entrambi vedono nell’irregolarità la possibilità di restituire all’arte la sua dimensione più autentica: quella dell’esperienza vissuta.
Conclusione
La mia visita non ha prodotto lacrime né epifanie emotive. Ha prodotto, però, una consapevolezza più lucida: l’imperfezione non è un incidente, ma un principio estetico.
In Rothko, come in Ruskin, essa diventa il luogo in cui l’arte si riconcilia con la sua natura più profonda: essere testimonianza dell’umano, non imitazione di un ideale astratto.
L’imperfezione non è ciò che manca alla perfezione. È ciò che la supera.


Un commento su “Rothko a Firenze”
Mi piace l’accostamento di con la magia dell’imperfezione! Materiale di riflessione Francesco!