William Kentridge – Triumphs and Laments è un’opera romantica?

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Di recente un’amica mi ha fatto notare che nei miei articoli sono troppo “accademico”, troppo legato all’aspetto didattico dell’argomento trattato e che manca, invece, quella che è la componente personale.

Lei ha usato il termine “autoriale”.

La cosa mi ha fatto riflettere, ed in effetti credo che abbia colto un aspetto molto importante del processo di comunicazione, principalmente all’interno di un contenitore di informazione informale quale è questo sito.

Approfitto allora di questo spunto critico per mettere su carta un mio pensiero, istintivo e spontaneo, che mi ha sorpreso la primavera scorsa in occasione della presentazione a Roma di Triumphs and Laments di William Kentridge.

L’opera dell’artista sudafricano come ricorderete, è una sorta di murale realizzato sulla banchina del lungotevere che va da Ponte Sisto a Ponte Mazzini.

Una realizzazione site specific[1], alta 10 metri e lunga 550, costituita da 80 figure che raccontano, o vogliono raccontare, Roma sia dal punto di vista storico che mondano.

Dalla Lupa Capitolina, all’Angelo di Castello, a Marcello Mastroianni, passando per i tragici eventi riguardanti Aldo Moro e Pier Paolo Pasolini.

Un’opera che non aggiunge assolutamente niente al sito, in termini di apporti materici, ma al contrario toglie.

Proprio così, le figure sono la risultante dell’asportazione dai muraglioni del Tevere dei depositi di smog, muschi e sporcizia varia depositatasi nel corso dei decenni.

Un’opera che possiamo definirla di pulizia creativa, che sul lungo periodo produrrà un unico effetto: la sua scomparsa!

Una tecnica non invasiva, quindi, una produzione che credo sia lontana anni luce dalle idee di molti artisti, intenti a realizzare lavori che testimonino la loro fama per l’eternità.

Credo di non sbagliare se la definisco come una chiacchierata tra amici, parole che segnano il momento, ma che poi scompaiono.

Sottolineatura del fatto che il concetto di eternità è del tutto relativo.

Lo stesso Kentridge fa notare come anche i marmi bianchi delle opere degli antichi subiscano il passare del tempo, sia esso sotto forma di pioggia acida o di cedimenti strutturali, sia sotto forme varie di vandalismo.

Un  lavoro che ha due componenti quindi, una squisitamente tecnica, che consiste nella progettazione e nella realizzazione delle figure e che vede coinvolto in prima persona l’artista, ed una legata all’incedere inesorabile del tempo e della natura.

È proprio il tema della natura mi riporta al pensiero, istintivo e spontaneo della primavera scorsa.

Perché quello che mi ha colpito in quest’opera, e che un po’ mi crea ansia nel riportarlo qui di seguito, dato che è un concetto che non ho trovato in nessun testo o intervista, è quest’idea di natura che si riprende le sue cose.

Un concetto che ci riporta al titolo di quest’articolo; romantico nella visione di una natura dominatrice e signora dei destini dell’uomo,  che è sopra ogni cosa e che cancella l’opera umana in modo violento (e gli ultimi avvenimenti sull’appennino centro-italiano ne sono una triste conferma), o silenziosamente, col passare dei secoli, come forse avverrà per l’opera di Kentridge.

Il lavoro di Kentridge credo che sottolinei come ancora oggi il Romanticismo nell’arte abbia un posto di tutto rilievo.

Certo non è sicuramente il romanticismo inglese di Füssli e del suo allievo William Blake, visionario e irrazionale, o quello francese di Gèricault o Delacroix in qualche modo intriso di cronaca e contemporaneità, ma il nuovo smog o il nuovo muschio che cancellerà l’opera romana dell’artista sudafricano, non può essere paragonato alla nebbia che tutto copre del “Viandante sul mare di nebbia” di Friedrich, o alla luce accecante che tutto nasconde dei quadri di Turner?

Sono considerazioni un po’ forti, lo comprendo, ma più guardo il lavoro di Kentridge, più penso al suo destino ultimo, e più mi convinco di quello che scrivo.

Alla prossima.

[1] Un’opera che può trovare realizzazione solo e soltanto in quel posto.

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